Storie del XV secolo

Racconti e leggende prima della rinascita: memorie, presagi e ferite antiche che conducono l’Italia al principio del 1480.

Storie e premesse

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La Morte Nera 1479
Impero

Nel 1347 un'orda mongola assediava la città Genovese di Caffa sulle sponde meridionali della Crimea (mar Nero). Gli anni che precedettero l'assedio furono caratterizzata da quella che poi nell'epoca moderna è stata ribattezzata "Piccola Era Glaciale" e cioè un lungo periodo di temperature assai rigide che ridussero di gran lunga i raccolti in tutto il mondo causando diffuse carestie e spingendo la gente ad abbandonare le campagne per affollare i centri abitati spesso privi di reti fogniarie o di sistemi di smaltimento dei rifiuti organici che quindi contribuirono a rendere insalubre l'ambiente (seppur la situazione non differisse particolarmente dalla normalità di quel tempo).

Durante l'assedio di Caffa uno strano e letale morbo aveva già interessato l'India e la Cina e si era spinto, grazie al loro efficiente sistema di trasporti, nel cuore dell'Impero Mongolo in disfacimento arrivando appunto fino alle mura di Caffa.

L'assedio alla città si fece via via sempre meno insistente anche in virtù del fatto che il porto era libero e che i rifornimenti continuavano a raggiungerla dal mare. L'orda mongola sempre più indebolita e decimata da questo morbo abbandonò quindi l'assedio ritirandosi ma non mancando di catapultare diversi morti ammalati nelle mura della città.

I malati mongoli furono rapidamente gettati in mare, ma il morbo si diffuse in città così come su alcune galee che facevano rotta verso Messina in Sicilia, i marinai erano ormai ammalati e le navi vennero rapidamente scacciate verso altri porti. Era troppo tardi...

Il morbo proveniente dalle navi genovesi iniziò a diffondersi a Bisanzio e in altri centri portuali mediterranei tra cui Venezia dove le navi, prima di permettere all'equipaggio di sbarcare, venivano lasciate 40 giorni (nacque in questa occasione il termine Quarantena) in attesa alla fonda, ma questo non impedì il diffondersi del morbo (i topi non rispettavano la quarantena).

Nel giro di 2 anni la "Peste" investì l'intera Europa facendo un'ecatombe. Risparmiate dal morbo rimasero solo Milano che si barricò e Cracovia.

La gente moriva ogni giorno e chi solo veniva sospettato di essere ammalato veniva con l'inganno barricato in casa e lasciato morire anche di fame o sete. Morivano i medici e i sacerdoti, morivano i Re e i Cardinali. Nessuno veniva risparmiato e ormai ciascuno viveva alla giornata in attesa di scoprire se il giorno successivo avrebbe avuto sulla pelle le tipiche chiazze scure o i bubboni che portavano poi in pochi giorni alla morte.

La Chiesa non riusciva a dare una spiegazione valida e i sovrani persero il potere sui vari villaggi a loro assoggettati. In molti erano ormai convinti che si fosse di fronte alla Fine del Mondo e nacque il movimento dei Flagellanti caratterizzato da gruppi di popolani che si autoflagellavano in corteo nelle città per mostrare penitenza di fronte alla piaga divina. Spesso poi queste processioni terminavano con il linciaggio di chi veniva ritenuto responsabile di aver diffuso il morbo, gli ebrei. Le comunità ebraiche vennero decimate in tutta europa e in alcune località (come a Basilea) si difesero strenuamente per poi bruciare nelle proprie case alle quali appiccarono il fuoco pur di finire vittima dei pogrom dei flagellanti.

A nulla valsero le bolle del Papa Avignonese Clemente VI che scomunicò i Flagellanti per proteggere gli ebrei dal loro fanatismo.

Nel 1353 la furia del morbo si allentò lasciando sul campo milioni di morti e arrivando a uccidere un terzo della popolazione europea.

Molto era cambiato negli animi dei sopravvissuti che dovettero ricostruire il patrimonio umano dissipato dalla Morte Nera.

La Chiesa aveva perso gran parte del suo potere non avendo saputo rispondere efficacemente a quella piaga e così nacquero delle linee di pensiero che via via si condensarono attorno ai principi dei vecchi classici greci assai lontani dalla cultura cristiana poichè ponevano l'uomo al centro dell'Universo invece che Dio.

Nasceva così, in un mondo spopolato ma pronto a rinascere assai più forte e determinato, l'Umanesimo.

La peste invece avrebbe continuato a flagellare a varie ondate i popoli europei seppur non con la medesima violenza della "Morte Nera".

Venezia, città portuale e fulcro del commercio mediterraneo era spesso teatro di epidemie così come quella che nel 1479 ha ucciso la Dogaressa. Il resto dell'Italia non è immune e ancora non esiste una cura efficace a questo male oltre alle preghiere.

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Deicidi 1048
Papato

Agli albori della cristianità, la morte del principale esponente della chiesa e successore di Pietro Apostolo era frequente e pressochè costante. Lo stesso Pietro fu assassinato e così numerosi suoi futuri successori.

Omicidi che hanno reso martiri e santi i primi Papi essendo stati essi uccisi per la propria testimonianza di Fede.

Non si può dire lo stesso invece per chi, secoli dopo, ha visto finire la propria vita per mano di fratelli cristiani prevalentemente in un periodo di profondo smarrimento degli ideali promulgati da Gesù Cristo e corrotti inevitabilmente dalla fallibilità dell'uomo scelto come indegno vessillifero.

Lista dei Papi morti violentemente (noti)

Giovanni VIII nel 882 fu il primo papa ad essere assassinato da alcuni uomini genovesi che dopo aver tentato di avvelenarlo senza particolare successo, fecero irruzione nella sua dimora uccidendolo a martellate in testa

Formoso fu probabilmente avvelenato nel 896 in seguito a controversie politiche, ma il suo oltraggio avvenne post-mortem quando il suo secondo successore, Papa Stefano VI indì il "synodus horrenda" (Sinodo del Cadavere) ove dissotterrò Formoso e dopo averlo vestito con gli abiti papali lo processò e condannò annullando tutte le sue ordinazioni. Una iniziativa che gli procurò l'odio dei suoi concittadini e dei detrattori politici che lo imprigionarono e strangolarono nelle celle di Castel Sant'Angelo l'anno successivo (897).

Leone V fu imprigionato e ucciso nel 903 dal successore Sergio III (egli era un esponente dei Conti di Tuscolo. famiglia gestita dalle due prime donne di famiglia, Teodora e sua figlia Marozia poi divenuta Regina d'italia. Nella famiglia si videro numerosi papi anche giovani, da loro giostrati, un periodo denominato "secolo oscuro" o della "pornocrazia")

Giovanni X morì durante l'assedio alla sua residenza da parte di Marozia nel 929.

Giovanni XI morì improvvisamente (a 25 anni) a fine 935, era l'ennesima pedina di Marozia

Stefano VIII non fu ucciso, ma gli tagliarono orecchie e naso costringendolo a non mostrare più la sua faccia

Giovanni XII era nipote di Marozia, morì defenestrato da una osteria dopo essere stato colto in atto sessuale con la moglie dell'oste a cui si attribuì l'assassinio, era il 964

Benedetto VI fu ucciso dall'anti-Papa Bonifacio VII nel 974. Strangolato in cella e il suo corpo fu appeso su un bastione di Castel Sant'Angelo

Giovanni XIV morì imprigionato sempre da Bonifacio VII a Castel Sant'Angelo nel 984

Lo stesso AntiPapa Bonifacio VII fu ucciso da una congiura di palazzo e il suo corpo vilipeso e trafitto con lance. Abbandonato infine di fronte alla statua di Marco Aurelio per una notte alla mercè dell'odio cittadino nel 985

Gregorio V morì a soli 27 anni dopo aver torturato impiccato, decapitato e gettato dalle mura di Castel Sant'Angelo l'Antipapa Giovanni XVI. Dubbie le circostanze della sua morte prematura nel 999.

Silvestro II fu probabilmente avvelenato nel 1003 [riesumato il suo corpo ancora intatto nel XVII secolo divenne polvere quando l'aria entrò nel sarcofago. Rimase un anello con su inciso "Sic transit gloria mundi"]

Clemente II morì avvelenato dal suo successore Benedetto IX nel 1047

Damaso II fu avvelenato nel 1048.

Da allora più nessun Papa sarebbe morto per volere dell'uomo...ufficialmente.

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Regno di Gerusalemme 1480

XII secolo. Dopo la sconfitta per mano di Saladino del Regno crociato di Gerusalemme, la Regina Sibilla discendente di Goffredo di Buglione (figura fondativa del dominio crociato), sorella del precedente Re e priva di eredi, fu costretta a ripiegare lontano dalla città dopo aver riscattato la vita del marito francese, Guido da Lusignano. L'arrogante crociato che già era stato costretto a lasciare l'Aquitania (Ducato francese sotto controllo inglese) per aver assassinato un nobile, raggiunse la terra santa in cerca di riscatto e si macchiò ripetutamente di atti di viltà e incompetenza che tuttavia in un modo o nell'altro gli concessero di rivendicare il titolo di Re di Gerusalemme fino alla morte.

Alla morte di Sibilla, la sorellastra Isabella e nuova Regina coronò attraverso il matrimonio tre uomini europei.

Corrado del Monferrato, guerriero capace di ottenere la legittimazione del titolo reale da parte dell'Alto Consiglio di Gerusalemme, ma che poté conservare il titolo solo alcuni giorni prima che la "setta degli ashshashin" lo ...assassinasse per le strade della Città Santa.

Enrico di Champagne, che sposò la Regina Isabella ancora gravida del precedente marito Corrado, che regnò per alcuni anni ed ebbe tre figlie femmine prima di morire

Almarico di Lusignano (fratello di Guido) che aveva ereditato dal fratello Guido il controllo di Cipro divenendone Re e conservando, primo tra i Lusignano, il titolo di Re di Cipro e Gerusalemme. il figlio Ugo conservò tuttavia il diritto sul solo titolo di Cipro essendo la sorellastra Maria erede legittima alla corona di Gerusalemme che però consisteva nel dominio sulle terre attorno a San Giovanni d'Acri.

Isabella di Gerusalemme morì qualche giorno dopo l'ultimo marito e il Regno passò alla piccola Maria del Monferrato (figlia postuma di Corrado). La giovane sposò Giovanni di Brienne dal quale, prima di morire, ebbe la piccola Iolanda.

Giovanni di Brienne regnò come reggente della piccola figlia e Re consorte.

A 13 anni, Iolanda venne concessa in sposa all'Imperatore Federico II Hohenstaufen(lo Stupor Mundi) che la fece portare in pompa magna a Brindisi dove la impalmò e ne assunse immediatamente la reggenza divenendo di fatto, oltre che Imperatore anche Re di Gerusalemme dal suo Regno di Sicilia nell'Italia Meridionale.

Dando alla luce il secondogenito Corrado, la Regina morì e Federico II mantenne la reggenza per conto del piccolo figlio ed erede. Noto con il titolo di Corrado IV di Svevia conservò per diritto di nascita il titolo di Corrado II di Gerusalemme

Ereditò il titolo il figlio di Corrado II, che lo detenne con il nome di Corrado III di Gerusalemme.

Da Cipro però, il Re Ugo III di Cipro si autoproclamò Ugo I di Gerusalemme (pur essendo solo imparentato con quella casata e non diretto discendente) rivendicando di fatto il titolo come erede più anziano e più prossimo ai domini levantini soprattutto quando Corrado III venne sconfitto e giustiziato da Carlo d'Angiò che aveva conquistato il Sud Italia. Il Conte Francese rivendicò per se il titolo di Re di Gerusalemme acquistando la pretesa dinastica da Maria d’Antiochia discendente di Folco D’Angiò morto secoli prima.

L'Alta Corte del Regno di Gerusalemme, tuttavia, riconobbe Ugo III di Lusignano come legittimo erede che oltre ad essere rimasto l'unico discendente in vita di Isabella di Gerusalemme, si distinse per aver combattuto contro i Mamelucchi cercando di riunificare i suoi legittimi possedimenti ma trovando una opposizione feroce più che dagli invasori, da parte degli ordini militari e dai nobili del suo stesso Regno. Morì a Tiro lasciando al figlio Giovanni II di Gerusalemme l'arduo compito di conservare il controllo di San Giovanni d'Acri e consolidare un fronte interno prossimo alla guerra civile dovuta all'ingombrante comprimarietà del titolo tra lui e il Re di Napoli Carlo d'Angiò. Un impresa nella quale Giovanni II Lusignano fallì immediatamente poichè avvelenato dalla cerchia di fedeli del fratello minore Enrico.

Col nome di Enrico II di Cirpo e Gerusalemme, assistette impotente alla definitiva sconfitta contro i mamelucchi che conquistarono gli ultimi baluardi cristiani. Rifugiatasi a Cipro, la famiglia Lusignano saldò il titolo di Re di Gerusalemme a quello del Regnante di Cipro.

Allo stesso modo i Regnanti angioini di Napoli trasmisero lo stesso titolo alla propria discendenza associandolo a quello di Re di Napoli. Gli Aragonesi tuttavia, strappando il Regno di Napoli agli Angioini, si fregiarono del medesimo titolo portando quindi (nel 1480) il Duca Renato d'Angiò e il Re di Napoli Ferdinando d'Aragona ad essere titolari del Regno di Gerusalemme (che compare anche nel loro stemma).

Il Regno di Gerusalemme tuttavia rimaneva radicato saldamente nelle mani dei Lusignano che avevano ricevuto l'approvazione del concilio elettivo dell'Alta Corte di Gerusalemme al contrario degli Angiò che lo avevano acquistato.

I Re di Cipro e Gerusalemme che succedettero ad Enrico II furono:

Ugo IV che iniziò a stringere accordi con i Veneziani i quali di fatto soppiantarono i mercanti Genovesi già presenti e influenti sull'Isola di Cipro

Pietro I che perseguì la politica del padre intenta a riconquistare i territori del Regno di Gerusalemme e difendere il Regno di Armenia i cui regnanti erano membri della casata Lusignano. Morì decapitato dai suoi stessi cavalieri poichè colto in flagranza di tradimento con la sua amante. La moglie, Eleonora d'Aragona, fu la Reggente per conto del figlio ed erede Pietro assieme ai cognati Giacomo e Giovanni.

Pietro II partecipe alle dispute scoppiate tra genovesi e veneziani, appoggiò i veneti ma subì l'invasione da parte dei genovesi per conto del Doge Domenico Fregoso che ne fece un suo protettorato commerciale con base Famagosta. Morto giovane, gli succedette lo zio Giacomo, già reggente con la madre quando era minorenne.

Giacomo I Combattè contro i genovesi quando ancora era alla corte del nipote, ma venne arrestato e portato a Genova dove si sposò, morto il nipote fu proclamato Re e rilasciato tramite tributo e concessioni alla Repubblica tra cui la cessione definitiva della città portuale di Famagosta. Ripreso il trono ereditò dal cugino il Regno d'Armenia (la sua terza corona) che trasmise alla sua discendenza. Gli succedette il figlio.

Giano I cercò di riprendere Famagosta ma fallì, venne inoltre sconfitto e preso prigioniero dai Mamelucchi. Morì lasciando il regno al figlio Giovanni

Giovanni II sposò in prime nozze una discendente dell'Imperatore Bizantino della casata dei Paleologi (Elena Paleologa, nipote dell'Imperatore Manuele II) con la quale generò Carlotta. Inoltre generò un figlio illegittimo, Giacomo il bastardo.

Carlotta I succedette al padre, saggia regnante che risollevò l'economia dell'isola grazie anche all'indebolimento della Repubblica genovese a vantaggio di Venezia. Sposò Luigi di Savoia, figlio del Duca Ludovico I di Savoia. Il suo trono fu usurpato dal fratellastro, Giacomo il Bastardo grazie all'appoggio di Veneziani e Mamelucchi.

Giacomo II Strappò definitivamente Famagosta ai Genovesi e sposò la patrizia Caterina Corner di Venezia. Morto dopo pochi anni di Regno e riuscito a resistere alle pressioni della sorellastra Carlotta, lasciò il trono al figlio nato dopo la sua morte, Giacomo.

Giacomo III fu in un primo momento sottratto alla madre, ancora neonato, da un agguato catalano ordito per conto della cognata Carlotta (alleata con Napoli e Savoia) . Ma l'intervento di Venezia consentì a Caterina Corner di conservare il titolo di Regina di Cipro, Armenia e Gerusalemme, sedendo sul trono di Nicosia.

Attualmente il titolo di Regina è posseduto da Caterina Corner e rivendicato dalla spodestata Carlotta I che, sposata con un Principe Savoia e ospitata dal Papa, sembra cercare appoggio alla corte egiziana del Cairo accompagnata dal figlio illegittimo di Don Ferrante di Napoli, Don Alfonso di Galilea.

La disputa per il trono di Cipro e il titolo prestigioso di Regina di Gerusalemme è ancora aperta.

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Il Ragno e il Temerario 1479

Dopo la guerra dei 100 anni la Francia è frammentata e la corona di Carlo VII si ritrovò a confrontarsi con vassalli sempre sul piede di guerra e con la necessità di essere rieducati ad un Regno sotto il potere dei Valois. Tuttavia non furono tanto i vassalli a turbare il Re quanto il figlio Luigi che, sedotto dalle proposte del Duca di Borbone, all'età di sedici anni si schierò contro il padre per ottenere il Regno e il Duca di Borbone la sua Reggenza.

Lo scontro tuttavia non raggiunse il livello della guerra civile grazie alla grande influenza che aveva il Re Carlo VII sulle città francesi assieme alla risoluta decisione dei veterani della guerra dei cent'anni fedeli al Re che in pochi mesi sconfissero i Ribelli. Il Re era, consapevole dell'ambizione del giovane figlio e dell'impossibilità di sopprimere le pretese del Duca di Borbone, così decise di corromperli attraverso l'insediamento nel Delfinato del primo e una congrua pensione per il secondo.

Dal Delfinato, Luigi, che sembrava aver sacrificato la bellezza fisica in cambio di una notevole astuzia, continuò a serbare rancore nei confronti del Re, suo padre. Invece di continuare a dedicare totalmente le sue forze alla conquista del trono di Francia, decise di stabilizzare la sua posizione conducendo numerosi conflitti per pacificare la Francia ai danni delle ultime guarnigioni inglesi rimaste in territorio francese, dei borgognoni e del conte ribelle di Armagnac.

Nello stesso periodo, nel Ducato di Borgogna a est del Regno di Francia, il Conte di Charolais, Carlo di Borgogna, figlio di Filippo III detto il Buono, reprimeva per conto del padre una insurrezione nei domini del nord del ducato sconfiggendo i riottosi delle città fiamminghe.

A differenza del padre che manteneva obbedienza e rispettava il ruolo di vassallo francese, Carlo ambiva a sottrarsi dal giogo dei Valois e sognava di riunificare i domini del sud con quelli del nord per formare un grande regno tra Francia e Impero, come Regno di Borgogna.

Carlo e Luigi si incontrarono alla corte del Duca di Borgogna allorquando il Delfino di Francia ottenne l'asilo di Filippo III. Luigi aveva in quegli anni attuato una politica diffamatoria, grazie al ricercato appoggio della Chiesa, ai danni della presunta dissolutezza del padre e aveva complottato con successo per uccidere il fedele consigliere del Re di Francia, Pietro II di Birsa. Sua Maestà Carlo VII era ormai stanco dell'insubordinazione del figlio ed era pronto a marciare sui territori da lui amministrati a sud della Francia e così, preventivamente, Luigi li aveva abbandonati per andare dal fedele vassallo borgognone.

Alla corte di Filippo III, Luigi, si distinse per il suo pessimo aspetto fisico e per la sua capacità di intessere trame ai danni del suo principale nemico. Pare che Carlo di Borgogna, durante un banchetto lo guardò mentre parlava sommesso dall'altra parte della stanza definendolo beffardamente in presenza dei suoi sodali "quel ragno francese". Un nomignolo che l'erede al trono di Francia non si sarebbe più scollato.

Carlo VII morì nel 1461 e il figlio non si scomodò per porgere omaggio al Re durante le sue esequie. Rientrò quindi in Francia laddove negli anni aveva tessuto la sua rete di clientele foraggiando i nobili locali, in sua compagnia il Duca Filippo III di Borgogna con un nutrito manipolo di soldati come scorta.

Dopo pochi anni Re Luigi XI di Valòis, ormai detto il Ragno, decise di riprendersi le città del ricco territorio delle Somme (a nord della Borgogna, Piccardia) cedute al Ducato in cambio della fedeltà dopo il rogo di Joan D'Arc. Un territorio che il giovane Carlo aveva cavalcato spada in pugno per riportare l'ordine in numerose occasioni e che lo portarono ad acuire maggiormente l'odio nei confronti del Ragno verso il quale non aveva alcun timore reverenziale, atteggiamento totalmente diverso dal padre Filippo.

Carlo, da allora riconosciuto come "il Temerario", si schierò apertamente contro il rivale godendo dell'appoggio del Duca di Bretagna, del Duca di Borbone, del Conte di Armagnac e anche del malcontento francese dovuto alla politica di stabilizzazione di Luigi XI che però aveva perseguito la sua politica di vicinanza francese alla Chiesa sopprimendo la Prammatica Sanzione di Brouges e riportando il clero francese sotto l'egida Romana di Papa Pio II.

La lega che nacque contro il Re prese il nome di "Lega del Bene Pubblico" e godette dell'appoggio del fratello del Re Luigi, Carlo.

Il Re si rifugiò a Parigi che in pochi mesi venne assediata.

In questo frangente l'abilità del Ragno si dimostrò più efficace della determinazione del Temerario. Ottenuta con la forza la sottomissione di Borbone e Armagnac, concesso al fratello Carlo il controllo della Normandia (che non riuscì tuttavia ad ottenere realmente) e corrompendo fino ad ottenere la pace il Duca di Bretagna, potè rivolgere tutta la sua forza contro la Borgogna che era ancora in grande vantaggio.

A Peronne i due rivali si incontrarono di nuovo. Il Temerario sfidava lo sguardo del Ragno mentre il Re da sotto il suo cappello imbottito lo osservava di sfuggita mantenendo un ghigno beffardo sulle labbra che metteva a dura prova la tranquillità dell'irruento borgognone. Costretto alle condizioni di Carlo di Borgnogna, il Re francese dovette firmare un trattato che sancisse la rinuncia ai domini nelle fiandre, ma mentre Luigi XI abbandonava Peronne, giunse la notizia che Liegi si era ribellata ai Borgognoni. Gli infiltrati del Ragno avevano sollevato nelle terre contese una rivolta contro il Temerario.

La guerra durò diversi anni in quei territori e intanto, morto Filippo III, il Temerario divenne Carlo di Borgogna e ufficializzò la fine del vassallaggio ai Francesi rivendicando le terre di Luigi tra i possedimenti nelle fiandre e quelli di Borgogna. L'abile guerriero borgognone sedò la rivolta di Liegi e bruciò la città come monito. Carlo passò il resto della sua vita a lottare contro Luigi che riuscì a sottrargli il favore dei potenziali alleati (Federico III, imperatore del SRI ed Edoardo IV, Re d'Inghilterra) e a pacificare i suoi nemici con i loro rivali per permettere loro di dedicarsi totalmente alla difesa dall'invasione del Temerario.

Mentre l'Alsazia si sollevava contro Carlo, l'armata del Temerario inviata frettolosamente e senza una valida organizzazione contro gli svizzeri venne duramente sconfitta e non gli bastò l'alleanza con la Reggente di Savoia e sorella del Ragno, Iolanda di Valòis, per poter scongiurare il funesto epilogo.

Reclutato un ultimo manipolo di uomini, il Temerario tenne fede al suo nome e cercò di ritornare nelle Fiandre, ma nella Lorena la strada gli fu sbarrata e, mentre assediava Nency, gli svizzeri lo raggiunsero e uccisero ponendo fine alle sue velleità una volta per tutte.

Il Temerario venne ritrovato dopo alcuni giorni mangiato dai lupi mentre a Parigi le urla del Ragno risuonarono a corte cariche di gioia.

Il Regno di Borgogna non venne mai creato e i territori del Duca passarono alla figlia Maria nel 1477, designata consorte al Re dei Romani e figlio dell'Imperatore Federico III, Massimiliano d'Asburgo.

L'austriaco proseguì l'opera di pacificazione del defunto suocero sedando l'ennesima rivolta nelle fiandre e continuando la guerra contro la Francia per conto della moglie Maria.

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Due Rose e Margherita 1480
NapoliDinastie

Figlia del Duca d'Angiò, Renato, nacque alla corte del Duca in piena guerra contro i Borgognoni e gli Inglesi (guerra dei 100 anni) nella dinastia cadetta del Regno di Francia (quella dei Valois). Margherita era nipote per parte di padre di Carlo VII di Francia e cugina del futuro Re Luigi XI.

In seguito alla pace di Arras in cui grazie al formidabile aiuto della Pulzella d'Orleàns i Francesi avevano avuto ragione dei borgognoni, vi era l'intenzione di porre una volta per tutte la fine al conflitto. Con queste prospettive la giovane quindicenne Margherita fu inviata alla corte del Re inglese Enrico VI di Lancaster per stipulare un matrimonio Reale che si sarebbe celebrato definitivamente a Westminster. Per quanto il matrimonio fosse un atto puramente diplomatico, la bella e determinata Margherita conservava nella propria indole i tratti decisi della madre Isabella di Lorena che aveva sostenuto la lotta contro gli aragonesi per il Regno di Napoli affidato al Marito e della nonna Iolanda d'Aragona, governante dal pugno di ferro.

Enrico VI d'altro canto era un docile regnante che, incoronato ad appena 9 mesi, aveva trascorso il proprio regno sotto varie reggenze senza riuscire mai ad assurgere al ruolo di sovrano indipendente e preferendo piuttosto le faccende religiose a quelle militari e di governo.

Margherita d'altro canto, una volta incoronata Regina, riusciva a gestire il marito a proprio vantaggio inimicandosi in questo modo la nobiltà inglese che pare, divenute instabili le condizioni mentali del Re, si riferisse alla francese come fosse autrice di sortilegi venefici attraverso i quali riuscisse a gestire il marito e quindi la Corona.

Divenuta madre del piccolo Edoardo, con molteplici voci sul fatto che questi non fosse figlio legittimo del Re, la Regina Margherita nominò come Reggente del fiaccato Enrico VI, il Duca di York Riccardo Plantageneto, verso il quale nutriva una profonda rivalità dovuta al fatto che questi le sembrava intenzionato a sottrarre il trono al marito e che gli avesse concesso la Reggenza con il puro scopo di mitigarne l'ambizione e provare a controllarlo.

I sospetti tuttavia furono fondati e, mentre stranamente Enrico VI sembrava riemergere dall'ottundimento mentale e rinunciasse alla Reggenza del Duca di York, questi reclamò per se il trono dando il via ad una guerra tra la sua fazione, gli York appunto (Rosa Bianca) e la fazione reale dei Lancaster (Rosa Rossa). La scintilla del conflitto scoccò quando Margherita indusse il marito a convocare il consiglio della corona escludendo palesemente gli York dal governo. Era il 1455.

La prima battaglia si svolse a St. Alban e vide una vittoria schiacciante degli Yorkisti che catturarono il Re. La Regina chiese nel frattempo aiuto ai parenti francesi che, sbarcati sulle coste del sud, si lasciarono andare in saccheggi e devastazioni che compromisero ancor di più l'immagine della Regina.

In aiuto di Margherita venne il Conte di Warwick, Richard Neville, che aveva il compito di sorvegliare la costa sud da eventuali scorribande degli "alleati francesi". Intanto Margherita continuava ad esercitare la reggenza ma dovette assistere all'ennesima sconfitta nella battaglia di Blore Heat.

Le sorti del conflitto cambiarono e mentre la Regina cercava aiuto in Scozia, il suo esercito ottenne una prima vittoria nella battaglia nella quale fu ucciso il Duca di York Riccardo. Per ordine di Margherita la testa del rivale fu messa su una picca e issata ai cancelli della sua città.

Nel successivo scontro li lancasteriani vinsero ancora e riuscirono a liberare Re Enrico VI. La Regina fece giustiziare tutti i prigionieri Yorkisti, anche quei nobili che avevano ottenuto dallo stesso Re la promessa dell'immunità poichè lo avevano protetto quale illustre prigioniero durante le varie battaglie.

Il successore di Riccardo però, Edoardo e nuovo Duca di York, ricompattò le sue forze e sconfisse nuovamente i Lancaster. Il Re fu fatto nuovamente prigioniero e rinchiuso in una prigione cedette definitivamente alla follia. La Regina Margherita fuggì in Francia con suo figlio Edoardo per ottenere l'aiuto del reticente cugino Luigi XI.

Intanto il nuovo Re inglese, Edoardo IV York, sposò una fanciulla della bassa nobiltà che era stata una fidata dama di corte della Regina Margherita, Elisabetta Woodville. Un'unione che scontentava molti nobili anche per l'indole poco avvezza ai costumi nobili della famiglia della Regina, soprattutto il Conte di Warwick (Richard Neville) che era stato messo in disparte dal governo della corona inglese pare proprio su spinta della nuova Regina Elisabetta.

Margherita trovò quindi in colui che l'aveva aiutata contro le scorribande francesi un valido alleato. Per sugellare il patto la figlia del Conte, Anna Neville, sposò il figlio della Regina Edoardo di Lancaster.

La guerra del Conte di Warwick fu vittoriosa e deposto Edoardo IV, si restaurò sul trono l'ormai incapace Re Enrico VI, la Regina Margherita rientrò dalla Francia riprendendosi quanto le era stato tolto. Gli York tuttavia non erano ancora sconfitti e diedero nuovamente battaglia supportati dai soldi e gli uomini della Borgogna. Nella prima battaglia contro i Lancaster morì il Conte di Warkick mentre nella seconda e decisiva fu trucidato, dopo essere stato fatto prigioniero Edoardo Lancaster, figlio della Regina sul quale ella stessa riponeva tutte le sue ambizioni e i suoi propositi di Regno.

L'ordine di uccidere l'erede al trono fu dato dal Duca di Glouchester, Riccardo di York, fratello del deposto Re Edoardo IV.

Margherita ormai svuotata da ogni forza e dal caratteristico spirito indomito che l'aveva fino ad allora contraddistinta, venne imprigionata nella torre di Londra nella quale pare inveisse spesso nei confronti del "maledetto cugino", il Re di Francia, che a differenza del Duca di Borgogna Carlo il Temerario, non aveva offerto alcun concreto aiuto alla fazione dei Lancaster pur essendosi schierato a loro favore.

Fu chiesto un riscatto di 50000 scudi a Renato d'Angiò, una somma fin troppo alta che solo il Re di Francia poteva permettersi e che una volta pagata avrebbe richiesto un compenso ben più prezioso dal Duca.

Il deposto Re Enrico VI fu poi trovato morto, pugnalato nei pressi dell'altare della cappella della prigione reale, la Torre di Londra.

L'anno dopo anche il fratello del Re, Giorgio Plantageneto e duca di Clarence, fu assassinato per aver complottato con i Lancaster. Mentre Riccardo, Duca di Glouchester rimane al fianco del fratello Edoardo IV come suo valido servitore. Resta comunque palese tuttavia l'astio tra Riccardo e la Cognata Elisabetta Woodville.

Margherita, liberata dalla prigionia, è tornata in Angiò alla corte del padre Renato ormai vecchio e ammalato, serbando nel cuore il più cupo dei desideri di vendetta verso il Re inglese Edoardo IV e difficilmente qualcuno potrebbe dire di averla più vista da diversi mesi.

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Sono Pazzi 1480
PapatoFirenze

Dopo l'elezione al Soglio Pontificio col nome di Sisto IV, Francesco Della Rovere, accarezzò l'idea di portare i floridi territori della Repubblica Fiorentina sotto l'influenza Papale affidandola al nipote Girolamo Riario così da poter godere delle sue ricchezze per finanziare i lavori di abbellimento di Roma già commissionati. Inoltre non aveva alcuna simpatia per la famiglia Medici e le loro ingerenze verso i territori papali della Romagna, li riteneva spregiudicati in particolare dopo la repressione e il saccheggio di Volterra del 1472 che aveva osato ribellarsi all’influenza della famiglia fiorentina.

Come primo atto ostile verso i Medici, li esautorò dalla gestione delle finanze pontifice affidando l'incarico alla famiglia dei Pazzi, ricchi banchieri fiorentini anch'essi. Tuttavia non esisteva rivalità tra i Medici (che dopo la morte di Piero nel 1469 guidavano la città grazie ai due giovani figli ventenni Giuliano e Lorenzo) e i Pazzi, le famiglie erano addiittura imparentate in quanto la sorella di Lorenzo, Bianca, si era appena sposata con il rampollo della casata Guglielmo.

Motivo del contendere tra le due famiglie fu probabilmente l'intercessione di Lorenzo de'Medici in una faccenda legata all'eredità di una donna sposata ad un esponente della famiglia, Giovanni de'Pazzi, che avrebbe ricevuto una ingente eredità arricchendo così la sua famiglia, se non fosse che Lorenzo rese retroativa una legge che impediva alle donne di ereditare in assenza di fratelli destinando così le grosse ricchezze del padre ai cugini e disperdendo così il patrimonio. Era il 1477, anno in cui morì Latino Orsini, Cardinale influente a Roma e Zio della moglie di Lorenzo, Clarice.

L'ostilità ai Pazzi divenne inoltre palese quando questi prestarono al Papa il denaro utile a occupare Imola e consegnarla a Girolamo Riario rendendo sempre più potente la presenza dei Della Rovere in Romagna a scapito degli alleati fiorentini (es. Manfredi o Bentivoglio). Lorenzo li accusò pubblicamente di aver disatteso la politica della repubblica che doveva impedire ogni aiuto alla campagna espansionistica del Papa in quelle zone.

Ormai si stava delineando nella Repubblica una fazione anti-medicea supportata dal Papato, di questa oltre alla potente famiglia Pazzi faceva parte anche l'arcivescovo di Pisa, Francesco Salviati, che non aveva ottenuto la cattedra di Firenze finita invece al cognato di Lorenzo de'Medici, Rinaldo Orsini.

Il piano per liberarsi dei Medici da parte del Papa prese corpo grazie anche alle sue abilità diplomatiche. Radunò attorno a se tutti i suoi vassalli come il Re di Napoli e con truppe recuperate nei suoi territori si preparò ad entrare ed occupare Firenze una volta dopo aver fatto sparire i fratelli de'Medici. Il piano prevedeva un avvelenamento durante il Banchetto che celebrava l'elezione di Raffaele Riario a cardinale il 25 aprile 1478. Ma Giuliano non si presentò e il piano cambiò. Un agguato durante la messa in Duomo il giorno successivo officiata sempre da un ignaro Raffaele Riario in onore della sua porpora. Per commettere l'assassinio furono incaricati due prelati.

Giuliano fu prelevato da casa da Francesco de'Pazzi e condotto in chiesa. Al momento dell'elevazione quando tutti avevano il capo chinato si compì l'agguato.

Giuliano fu pugnalato a morte mentre Lorenzo protetto dai suoi scudieri si barricò in sacrestia riuscendo a sfuggire alla morte.

Ma il Papa e Jacopo de'Pazzi, principale esponente della famiglia, non fecero i conti con il Popolo fiorentino molto legato ai giovani Medici. Quando Jacopo andò in piazza al grido di libertà venne aggredito dalla folla e con lui gli altri congiurati. Sfuggito uscì dalla città per dire alle truppe che si erano appostate del fallimento dell'attacco.

Dopo poche ore Francesco dePazzi e l'arcivescovo di Pisa Salviati erano stati impiccati e pendevano dal Palazzo della Signoria. Stessa sorte toccò più tardi a Jacopo e Renato dePazzi. In città riecheggiava il grido "Palle Palle!" in onore al blasone Mediceo.

La famiglia Pazzi subì il sequestro dei beni mentre le loro insegne vennero cancellate da ogni angolo della città.

Pur essendo riconosciuto come la mente dell'attacco, il Papa reagì alle violenze contro i Pazzi scomunicando Lorenzo e marciando verso Firenze con gli eserciti che aveva radunato, risalì fino a Colle Val d'Elsa, tra Siena e Firenze. Nel frattempo Lorenzo accentrò nelle sue mani tutto il potere della Repubblica e personalmente cerca ora di mediare in un conflitto ambiguo nato da una congiura e condotto con un pretesto.

Le motivazioni del conflitto sono tutte riconducibili alle mire espansionistiche del Papa, e Lorenzo sa che i suoi alleti non possono combattere così a lungo per una causa tanto personale della famiglia Della Rovere.

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Beato Simonino 1478
PapatoImpero

Trento 1475

Nato in una famiglia agiata e avvezzo agli studi, Joannes Hinderbach, conseguì il titolo di magister artium all'università di Vienna e completò gli studi giuridici nell'Università di Padova. Divenuto sacerdote nel 1450, era già da alcuni anni in stretto contatto con la corte di Federico III d'Asburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero, del quale era un fidato consigliere. Con questo incarico strinse un solido rapporto con Enea Silvio Piccolomini che nel 1459 sarebbe diventato Papa Pio II e che in questa veste lo ospitò per lunghi soggiorni a Roma nei quali Hinderbach approfondì gli studi letterari e i contatti con gli esponenti della Curia Romana.

Nel 1465 divenne vescovo e dopo un anno fu insediato nell'Arcidiocesi di Trento proseguendo nell'obbedienza all'Imperatore e al Papa che col tempo aveva perso la confidenza che in passato gli aveva dedicato e che difficilmente lo avrebbe investito della porpora cardinalizia. Questo spinse l'Arcivescovo a dedicarsi totalmente al governo della sua Arcidiocesi che aveva bisogno di essere riordinata dopo che il predecessore aveva assunto una gestione poco oculata e nell'orbita del Duca del Tirolo Sigismondo d'Austria.

Da sempre uomo di cultura e febbrilmente interessato ad incrementarne il carico, introdusse a Trento l'uso della stampa la cui tecnica aveva subito un incredibile progresso con l'introduzione (su ispirazione cinese) a Magonza della stampa a caratteri mobili da parte di Jhoan Gutemberg qualche decennio prima.

Tuttavia, accanto a questo profilo umanista si affianca anche un aspetto risolutamente fanatico dell'Arcivescovo.

Il 26 marzo 1475, Pasqua, venne ritrovato cadavere un bambino di due anni scomparso qualche giorno prima. Il ritrovamento avvenuto non lontano dalle abitazioni dove risiedevano i 15 ebrei della città, spinse l'Arcivescovo a considerare quella orribile morte frutto di un omicidio rituale atto a usare il sangue del piccolo per impastare il pane azzimo. A sostegno di questa tesi vi era un frate francescano allievo della scuola inquisitrice di Bernardino da Siena che da sempre si batteva contro gli ebrei, popolo autore della morte di Cristo e dedito all'usura, Bernardino da Feltre.

I quindici uomini e donne ebrei (dai 15 ai 90 anni) vennero arrestati e fu imbastito un processo. Le informazioni vennero da loro estorte attraverso supplizi e torture con le quali una di loro, prima di spirare fiaccata, confessò la loro complicità ricevendo in cambio la grazia e la possibilità di non lasciare finire la propria salma in una fossa comune. Sotto lo sguardo compiaciuto di Bernardino da Feltre, dell'Arcivescovo e della folla festante gli ebrei vennero arsi sul rogo scuotendo l'animo del legato di Papa Sisto IV il quale non aveva celato la sua posizione dubbiosa in merito al processo fino a osteggiarla.

Il bambino fu considerato dal popolo di Trento un Santo e lo stesso Arcivescovo volle elevarlo al ruolo di martire e Beato. Il suo nome era Simone Unferdorben, ma per i trentini era Beato Simonino, un ruolo non riconosciuto dalla Chiesa ma che anche attraverso una campagna fatta proprio con la nuova stampa, fruttò all'Arcivescovo l'appoggio dei membri della Curia Romana a lui amici i quali riuscirono ad ammorbidire le posizioni del Papa sulla questione che pur non esprimendosi sulla santità del bambino, ritenne valido il processo.

L'Arcivescovado era così saldamente in mano al Principe Vescovo Joannes Hinderbach.

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La Catòlica 1479
Dinastie

Sorellastra del Re di Castiglia, Enrico IV, Isabella di Castiglia dovette assistere senza riuscire a trovare una spiegazione naturale, alla morte del fratello Alfonso designato erede al trono dal fratellastro Enrico IV.

A corte tuttavia il clima era assai tumultuoso essendo Enrico IV sposato ed avendo anche una figlia, Giovanna, che da alcuni veniva considerata illegittima figlia della Regina, essendo a detta di molti, il Re impotente.

Sua moglie, Giovanna del Portogallo, infatti aveva un piglio carico d'iniziativa e si accompagnava spesso ad un fidato amico e consigliere del Re. Voci sommesse mormoravano che fosse lui il vero padre della figlia. Voci alle quali Enrico IV credeva, dal momento in cui invece di designare la figlia come erede, alla morte del fratello scelse la sorellastra Isabella quale successore (e Principessa delle Asturie, carica che designava l'erede di Castiglia) considerando di fatto illegittima l'ultima figlia della Regina.

Non essendo sposata, il matrimonio con Isabella rappresentava un preziosissimo atto politico e il Re del Portogallo, Alfonso V, si propose ottenendo il consenso del Re di Castiglia e sua moglie (sorella del Re portoghese stesso). La Principessa però fu sedotta dal corteggiamento fatto dal figlio del Re di Navarra e Aragona, Ferdinando. I due fuggirono e si sposarono in segreto creando grande disappunto nella corte Reale insidiata dai portoghesi, costringendo il fratellastro Enrico IV a diseredare la sorellastra e a designare quale legittima erede del regno di Castiglia la figlia Giovanna.

Tale frattura diede vita a dispute sulla successione tra chi sosteneva Isabella e chi Giovanna, dispute che sfociarono in una guerra quando morì Enrico IV nel 1475. Il Re Alfonso V del Portogallo chiese in sposa la nipote Giovanna e, quando Isabella fu proclamata Regina di Castiglia come da precedente volere del fratello, ne invase i territori.

Grazie agli aiuti dei nobili e del clero, Isabella e Ferdinando scacciarono l'invasore nella battaglia di Toro. La pace fu definitivamente siglata nel 1479 ad Alcáçovas. La pace stabilì che se al Re di Portogallo non era consentito avanzare rivendicazioni sulle isole mediterranee, ai Re di Castiglia e Aragona non era consentito avanzare pretese nelle isole Atlantiche oltre le colonne d’Ercole (Madeira, Capo Verde) scoperte negli ultimi anni dai primi esploratori portoghesi e che consentiva la prevalenza sulle ricche rotte africane. Le canarie tuttavia furono riconosciute come possesso diretto della Corona di Castiglia.

Le Corone di Castiglia e Aragona si fusero dunque in Unione quando Ferdinando ereditò, dopo la morte del padre, il Regno di Aragona e Sicilia.

Una fusione che necessitava tuttavia di maggiore stabilità. I due sovrani erano determinati e uniti da un sentimento di profonda devozione nei confronti della Fede. Oltre a concedere alcuni privilegi ai nobili e al clero locale, decisero di irrobustire le fondamenta del Regno attraverso la scelta di un nemico comune che trovasse di comune accordo la nobiltà dei due regni.

Il Regno di Granada rappresentava l'ultimo avamposto islamico in Europa occidentale e la Reconqista avrebbe forgiato un nuovo sentimento di coesione nel popolo cattolico di Castiglia e Aragona.

Per consentire una energica trasmissione di questo sentimento, estromisero dal potere di Roma i tribunali ecclesiastici dell'inquisizione ponendoli sotto la giurisdizione Reale e resero più solide le basi del nuovo e più letale instrumentum regni: l'Inquisizione Spagnola.

I sovrani Cattolici (Isabella I di Castiglia e Ferdinando II d'Aragona) si dimostravano sereni e vittoriosi nel loro matrimonio e la loro tempra e lo spirito traevano giovamento dalle pratiche votive imposte dai riti cattolici. Tra tutte, le predicazioni di un frate sembravano accendere di vivo fanatismo gli animi dei Reali, in particolare della Regina. Esprimeva profonda avversione nei confronti degli ebrei convertiti al cattolicesimo (conversos) ritenendoli frutto di instabilità e impurità, discorsi che avvicinarono sempre di più alla Corte di Castiglia l'anziano Frà Tomàs de Torquemada.

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Tèpes 1477
Ottomani

Vissuto a Tirgoviste alla corte del padre, il Voivoda di Valacchia, Vlad II Dracul, il giovane Vlad figlio di Dracul (Drăculești) aveva potuto godere degli insegnamenti dei migliori maestri rumeni e bizantini prima di venire inviato come ostaggio alla corte del Sultano turco Murad II quando questi aiutò il padre Vlad a ottenere il trono di Valacchia dopo che i boiardi, su forti spinte ungheresi, avevano spinto il Dracul a lasciare il trono.

La già vasta cultura del giovanissimo Vlad si arricchì della conoscenza dei costumi turchi, dell'intransigenza della religione musulmana e della determinazione nella guerra e nel prendere decisioni di quel popolo. Un popolo che gli riservava una sopravvivenza in una prigione dorata, la stessa prigione che anni prima aveva visto subire l'accecamento con ferri roventi dei figli del Despota serbo che avevano tramato per fuggire.

Da quel rifugio, assieme al fratello Radu, apprese che il fratellastro maggiore Mircea con la collaborazione del padre avevano indetto una guerra santa contro i turchi attaccandoli prima Varna e poi trucidando la guarnigione di Giurgiu. In quel momento i due giovani valacchi temettero per la propria sopravvivenza ma i loro supplizi si limitarono alla becera sevizia e probabilmente alla sodomia.

Approfittando del conflitto, i boiardi locali, capeggiati non tanto velatamente dal Reggente d'Ungheria detto "Il Cavaliere Bianco" Joàn Hunyadi, si sollevarono nuovamente contro Vlad II Dracul che questa volta non venne solo scacciato dal trono ma anche ucciso. Gli succedette per un brevissimo periodo Mircea, il figlio maggiore, che venne rapidamente catturato anch'egli, accecato e sepolto vivo. Per non lasciare così la Valacchia alla potente Ungheria, il Sultano Murad II su insistente richiesta del giovane Vlad, lo liberò per spingerlo verso il trono di Tirgoviste quale Voivoda di Valacchia. Il fratello Radu al contrario si convertì all'Islam e si stabilì alla corte turca dove pare godesse piacevolmente della compagnia dell'erede al trono Ottomano, Mhemet (futuro Maometto II).

Varcato il Danubio, le forze ungheresi riuscirono a contrastare l'insediamento (durato pochissimo tempo) del legittimo erede di Valacchia il quale si rifugiò prima in Moldavia dal cugino Stefan per poi essere accolto dal nemico della sua famiglia, il Reggente d'Ungheria, che fu estremamente affascinato dalle conoscenze sui turchi e dall'indole del giovane Draculesti. Ospite delle corti Cristiane, Vlad ritrovò la vicinanza con la religione che lo aveva battezzato e maturando un odio sempre crescente verso i ricordi della sua prigionia e sopratutto verso Mhemet. Con il suo fedele compagno, l'erede della dinastia regnante Moldava, Stefen cel mare, compì numerosi atti di guerriglia ai danni dei turchi perfezionando l'arte della guerra che fino a quel momento aveva studiato e ripetuto sui libri. Oltre all'amico Stefan, nelle scorribande contro i turchi, divenute sempre più frequenti dopo la caduta di Costantinopoli, con Vlad vi era il figlio del Cavaliere Bianco che nei secoli verrà poi ricordato come Mattia Corvino (Re d'Ungheria).

Per il valore dimostrato in battaglia, Vlad ottenne dal Cavaliere Bianco la possibilità di governare la Valacchia. Così rientrò nelle sue terre e a Shighisoara dove con i suoi uomini sbaragliò le truppe del Voivoda insediato anni prima dagli stessi ungheresi e lo uccise in combattimento dimostrandosi determinato e implacabile.

Questa è la storia di un guerriero, un uomo di parola e di un Voivoda che conobbe la prigionia e dovette chinare il capo a numerosi sovrani per potersi garantire la supremazia. Umile, obbediente...paziente.

Il Voivoda Vlad III Draculesti di Valacchia era considerato dai suoi vicini un personaggio affascinante, quasi attraente probabilmente per la stranezza del suo sguardo.

Lasciò transitare le truppe turche dirette contro il figlio del suo ultimo "carceriere" e sodale, Mattia Corvino, mentre riportava l'ordine nella Valacchia vittima di anni di guerra civile in cui i boiardi si erano spesso alleati con chi fosse riuscito a garantirgli la più ricca sopravvivenza. Un oltraggio inaccettabile per Vlad che non pretendeva denaro, ma obbedienza e onestà dai suoi sudditi.

Nella Pasqua del 1459 invitò al proprio castello i boiari e dopo averli spinti a rivelare la propria insubordinazione facendoli sentire forti della loro vicinanza reciproca e del disprezzo non troppo velato verso il Voivoda li chiuse in una stanza, ne decapitò gran parte e catturò il resto insieme alla loro famiglia realizzando quella tortura che tanto lo aveva affascinato ad Edirne. Impalamento.

Impalò i restanti prigionieri non risparmiando nessuno. Donne, bambini, e traditori. Morirono in più di 200 nella "Pasqua di Sangue".

Nessuno osò più ribellarsi apertamente.

La determinazione contro i nobili non fu diversa rispetto a quella verso il suo popolo, impoverito dalle guerre e dedito alla più becera criminalità. Dopo i risolutivi interventi del Voivoda si dice che nella piazza di Tirgoviste vi fosse una coppa d'oro. Una coppa che nessuno osava rubare e che rimase intonsa e immacolata al centro della piazza per tutti gli anni di regno di Vlad.

In un villaggio vicino alla capitale della Valacchia, un mercante denunciò al Voivoda il furto da un suo forziere lasciato incustodito (sicuro dell'assenza di crimini) durante la notte. Vlad III minacciò il villaggio d'essere raso al suolo se solo non fosse stato consegnato il ladro. Nel frattempo fece mettere nel forziere del mercante tante monete quante ne avevano sottratte..più una.

Quando il mercante si accorse della moneta in più subito si rivolse al Voivoda che intanto aveva trovato il ladro e lo aveva impalato al centro della piazza. Lo stesso Vlad confidò al mercante che se non avesse comunicato la presenza della moneta in più sarebbe stato impalato accanto al ladro.

L'onestà era una virtù per Vlad l'Impalatore (così come veniva chiamato, Tèpes in rumeno), tanto che si dice avesse impalato un frate che invece di biasimarlo per la sua crudeltà come aveva fatto il suo compagno di viaggio, lo aveva elogiato per la sua determinazione e giustizia. Non tollerava ipocrisie e non conosceva timore di Dio.

Alleato con Mattia Corvino, divenuto Re d'Ungheria, decise di appoggiare la Crociata lanciata da Pio II contro i turchi, ma l'Ungherese temporeggiò di fatto lasciando il Voivoda da solo a scontrarsi contro i suoi più acerrimi nemici ora sotto la guida del suo peggior rivale, Maometto II affiancato dal fratello di Vlad, Radu.

Per negoziare un accordo Maometto II inviò dei messi che, non potendosi togliere il turbante al cospetto del Voivoda in ossequio alla religione, scalfirono l'intransigenza di Vlad il quale, assecondando una vecchia tradizione slava, fece inchiodare alla loro testa i turbanti così che non potessero più distaccarsene.

Incurante della netta inferiorità numerica diede sfoggio delle sue peculiarità belliche e della sua grande intelligenza riuscendo in diversi agguati a decimare l'esercito d'aggressione turco e ad impalarne i corpi lungo il confine così da scoraggiare le nuove ondate. Ne impalò a centinaia, migliaia. In seguito, travestendosi con la sua guardia da soldati turchi (oltre a padroneggiarne perfettamente la lingua degli Osman) si lanciò in violente scorribande nel territorio turco devastando villaggio e facendo strage di popolani. Un messaggio chiaro per il Sultano al quale in questo modo comunicò la fine del suo vassallaggio.

Quindi attese l'enorme esercito turco radunato dall'irritatissimo Sultano che volle personalmente vendicarsi dell'affronto del Tepes, ma nonostante l'invasione con frequenti imboscate, sopratutto notturne, decimò le forze nemiche costringendole ad una rocambolesca ritirata.

Vlad III aveva scacciato i Turchi impalandone a centinaia per delineare la frontiera. L'Europa Cattolica lo celebrò.

Il Fratello Radu tuttavia, forte del finanziamento del Sultano e dell'appoggio dei potenti Giannizzeri, riuscì ad assediare e conquistare Tirgoviste, lasciando il fratello Vlad privo del suo trono ma ancora agguerrito e capace di infliggere nuove sconfitte ai turchi. Ripiegò con i suoi uomini rimasti in Ungheria per cercare l'appoggio del sordido Corvino, ma questi per paura di subire l'aggressione Ottomana lo arrestò per tradimento ponendo fine a quello che fino a quel momento era stato un valido sodalizio.

La prigionia fu lunga e si dice che durante il periodo in Ungheria, Re Vlad si aggirasse nei villaggi nei pressi dei quali era tenuto prigioniero. Fu spostato infine nella capitale ma la corte del Re pareva essere stata vittima di uno strano sortilegio. Qualcuno mormorava, rischiando la condanna del Re, che Vlad doveva essere liberato. Della stessa opinione era Stefan cel mare, divenuto Stefan III, Voivoda di Moldavia che si spese per far liberare il vecchio amico Vlad ottenendo il consenso del Re ormai stanco di quello scomodo prigioniero.

Nel 1475 il fratello Radu morì improvvisamente a corte solo qualche giorno dopo la liberazione di Vlad il quale si armò e, forte del sostegno moldavo e ungherese, tornò in armi a riprendersi il trono di Valacchia. La guerra contro i turchi fu dura e lunga alcuni anni. In una delle numerose battaglie nelle quali soleva combattere con la divisa turca, divisa con la quale aveva appreso l'arte della guerra da giovane, scomparve improvvisamente dal campo di battaglia. In molti lo considerarono deceduto e usarono la testa di un suo commilitone anch'egli travestito da turco per confermarne la morte.

Maometto II nutriva un profondo astio ma anche un grande rispetto per quel sovrano con il quale era vissuto e aveva condiviso parte della adolescenza. Un boiardo locale vicino alla figlia del vecchio Voivoda sostiene che questa gli abbia confidato che in realtà Vlad non sia stato ucciso e che non sia così facile mandarlo all'altro mondo.

Altri invece sostengono che Maometto II abbia preteso di decapitare Re per Vlad per impedirgli di "risvegliarsi".

Ma queste ultime sono solo dicerie...

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A E I O U 1480
ImperoDinastie

L'imperatore del Sacro Romano Impero e Arciduca d'Austria Federico d'Asburgo è uso da diversi anni apporre su alcune realizzazioni da lui commissionate una effige raffiguranti le 5 vocali. Un acronimo di ignota origine o cosa? Tutti lo ignorano così come spesso sono ignoti e misteriosi i propositi dell'Imperatore.

Il primo imperatore Asburgo, Alberto II, si fece carico della Reggenza del figlio ed erede di Alberto II, Ladislao il postumo, nato appunto dopo la morte del padre ed erede da parte di madre dei regni di Boemia e Ungheria.

La politica di Federico non fu propriamente attenta alle esigenze delle popolazioni di quei regni che era chiamato ad amministrare e anche in patria subiva l'ambizione del fratello Alberto al quale in un primo momento cedette il controllo di alcune aree dell'Alta Austria.

Tuttavia il suo principale interesse pareva essere la devozione a Dio e al Papa con il quale a Vienna aveva stipulato un Concordato sancendo chiaramente il disconoscimento del Concilio di Basilea (avvenuto in pieno scisma d'occidente e che demandava i principali poteri della chiesa al Concilio stesso e non più al Papa come unico detentore).

La situazione sembrò sfuggirgli di mano quando sia il fratello Alberto che il cugino Ladislao si ribellarono. Ma il primo morì improvvisamente proprio mentre sembrava prossimo a usurpare i titoli di Federico, mentre il secondo morì in un viaggio verso Praga ponendo di fatto fine alla loro ribellione, ma lasciando sia la Boemia che l'Ungheria al controllo dei nobili locali capeggiati dal carisma del Cavaliere Bianco, János Hunyad (e a suo figlio Mattia detto Corvino).

Di fatto l'unico Asburgo che rimaneva a insidiare il suo potere era Sigismondo, Arciduca d'Austria, al quale venne affidata la ricca signoria del Tirolo di fatto assoggettandolo e ponendo fine alle sue pretese.

Sposo devoto di Eleonora di Portogallo, dopo la morte del giovanissimo figlio Cristoforo, benedissero il nuovo nato Massimiliano con il nome di un santo Balcanico affinchè fosse di buon auspicio piuttosto che ricorrere ai nomi consueti di casa Asburgo. Negli anni il vigore e la capacità di governare dell'erede superò brillantemente l'attitudine al governo del padre.

Morta la moglie, Eleonora, rimase devotamente legato alla sua figura decidendo di non contrarre matrimonio nuovamente e di delegare al figlio e allo scellerato nipote Sigismondo (capace di sperperare un patrimonio e di creare più figli illegittimi di chiunque altro) la continuazione della stirpe imperiale.

Dopo aver delegato gran parte del potere al figlio Massimiliano, riuscendo a fargli sposare l'ereditiera più ricca e ambita d'europa, Maria di Borgogna, decise di dedicare il suo tempo principalmente alla sua collezione di Reliquie per le quali non badava a spese e secondo le quali diceva avrebbe risparmiato giorni di purgatorio prima di raggiungere il paradiso.

Il potere delle reliquie era rinomato in tutta Europa dai tempi delle Crociate in quanto si dice capaci di proteggere dalle energie maligne e di portare grandi benefici ai possessori.

Custodiva, incastonato nella croce d'oro imperiale, un pezzo della Croce di Cristo e parti della mangiatoia di Betlemme in cui nacque Gesù. Le reliquie adornavano una sala apposita del suo palazzo nella quale trovavano rifugio anche la corona, la spada e lo scettro di Carlo Magno.

Per alcuni, soprattutto per il più determinato figlio Massimiliano (Re dei Romani), il padre farneticava quando iniziava a discutere di sacro in un mondo così profano. Ma anch'egli teneva in salda considerazione il segreto significato del nuovo Motto di casa Asburgo

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Lega Italica 1480
MilanoVeneziaPapatoNapoli

Per quasi venticinque anni l’Italia aveva vissuto sotto l’ombra benevola, ma fragile, della Lega Italica.

Essa era nata dalle ceneri delle guerre di Lombardia, quando Milano e Venezia avevano consumato uomini, denaro e ambizioni senza riuscire a distruggersi a vicenda. La Pace di Lodi del 1454 mise fine a quello scontro interminabile e sancì il riconoscimento di Francesco Sforza come Duca di Milano, ponendo un argine alle pretese veneziane in Lombardia e alle rivendicazioni milanesi sui territori perduti. Nessuno aveva vinto davvero. Proprio per questo, tutti compresero che la guerra aperta tra i grandi stati italiani non avrebbe generato un padrone della penisola, ma solo rovine.

Fu Francesco Sforza, più di ogni altro, a volere che quella pace non restasse un semplice trattato tra due nemici esausti. Attorno a Milano, Venezia e Firenze prese così forma una lega difensiva destinata a conservare l’equilibrio raggiunto. Firenze, guidata dall’abilità politica di Cosimo de’ Medici, vide nella pace il modo migliore per proteggere i propri traffici e impedire che una sola potenza dominasse l’Italia settentrionale. Il pontefice Niccolò V aderì rapidamente, riconoscendo nella concordia italiana una garanzia per la sicurezza della Chiesa. Alfonso d’Aragona, Re di Napoli, inizialmente guardò l’accordo con sospetto, temendo che esso congelasse un assetto contrario alle sue ambizioni, ma infine anche Napoli entrò nel sistema, suggellando l’intangibilità dei domini italiani.

Ogni stato conservava le proprie ambizioni, le proprie spie, le proprie condotte e i propri rancori; ma entro certi limiti accettava che la sopravvivenza del vicino fosse preferibile alla rovina generale.

Per una generazione, quell’equilibrio funzionò. I condottieri continuarono a vendere la propria spada, le città continuarono a tramare, i signori continuarono a desiderare ciò che non possedevano; ma nessuna grande potenza italiana riuscì più a spezzare apertamente l’ordine stabilito a Lodi. In quella tregua armata fiorirono le corti, i traffici di denaro, le officine degli artisti, le accademie. Più tardi fu in questo clima che venne riconosciuto un Rinascimento italiano che sbocciò, non perché la penisola fosse pacifica per natura, ma perché la guerra tra i grandi fu imbrigliata abbastanza a lungo da lasciare spazio alla ricchezza e al prestigio.

Tuttavia la Congiura dei Pazzi del 1478 ha mostrato quanto sottile fosse ormai la pelle dell’equilibrio italiano. Il Papa Sisto IV ha mosso guerra contro Firenze. Napoli ha marciato al fianco della Chiesa. Milano e Venezia si sono avvicinate alla causa fiorentina. La Lega, nata per impedire che i grandi stati italiani si dilaniassero, è stata piegata proprio da coloro che avrebbero dovuto custodirla.

Alla fine del 1479, la tregua venticinquennale che aveva retto l’Italia giunge al suo termine naturale.

L’Italia entra nel 1480 più ricca, più colta e più splendida di qualunque altra terra d’Europa. Ma anche più divisa.

La Pace di Lodi non è ancora morta del tutto. Ma il 1480 è iniziato.

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Le risorse d'Italia 1480
ChiesaVeneziaNapoliFirenzeImpero

L'Italia del 1480 non è ricca soltanto di uomini e di grano: sotto le sue montagne e lungo le sue coste giacciono tesori che valgono eserciti, e che più d'una volta hanno spostato il confine tra chi comanda e chi obbedisce. Chi possiede una miniera, una salina o un caricatore di frumento tiene in pugno non solo la propria fortuna, ma la fame e il colore delle vesti di mezza Europa. Non è un caso che le guerre di questa penisola, dietro il velo delle rivendicazioni dinastiche, seguano spesso la vena di un metallo o la rotta di un sacco di grano.

Il più prezioso di questi tesori è forse il meno appariscente: l'allume. Questo sale minerale, indispensabile per fissare i colori sulle stoffe e per conciare le pelli, veniva un tempo dai giacimenti anatolici di Focea; ma da quando i Turchi hanno strappato quelle terre alla cristianità, l'Occidente si è trovato a mendicare. La provvidenza, o l'astuzia, ha voluto che nel 1461 Giovanni di Castro scoprisse sui Monti della Tolfa, nel patrimonio di San Pietro, il più ricco giacimento d'allume d'Europa. "Oggi ti annuncio la vittoria sul Turco", scrisse al Papa: non con le armi, ma togliendogli il monopolio che gli fruttava oro dalle tintorie fiamminghe e fiorentine. Da allora l'allume di Tolfa è tesoro della Camera Apostolica, dato in appalto ai banchieri, e nessuna manifattura di panni può farne a meno. Chi controlla la Tolfa controlla il rosso dei cardinali e il turchino dei mercanti.

Non è la sola miniera d'allume della penisola. Nelle colline di Volterra, in Toscana, altri filoni hanno fatto la fortuna e la sventura della città: proprio per il controllo di quelle allumiere, nel 1472, le truppe fiorentine al soldo di Lorenzo de'Medici presero e saccheggiarono Volterra ribelle, in un episodio che ancora brucia negli animi e che dimostra fin dove un signore sia disposto a spingersi per una vena di quel sale prezioso.

Dove non c'è allume, c'è il ferro. L'isola d'Elba, negli Appiani di Piombino, cela nelle sue rocce di Rio Marina un giacimento sfruttato fin dai tempi degli Etruschi: il minerale si cava sull'isola ma si fonde sulla terraferma, dove non manca il bosco per il carbone, e su questo ferro si regge l'intera fortuna del piccolo signore di Piombino. Più a settentrione, nelle valli bresciane della Serenissima (la Val Trompia, la Val Sabbia, la Val Camonica) il ferro alimenta le fucine di Brescia, che forgiano le armi e le corazze più rinomate d'Italia: possedere quelle valli significa armare un esercito senza dipendere da nessuno. E dove finisce il metallo comincia la pietra: dalle Alpi Apuane dei Malaspina, a Carrara, si cava il marmo bianco che scultori e architetti di tutta la penisola contendono a peso d'oro.

L'argento vero, però, non scorre nelle vene d'Italia, ma appena oltre le Alpi. Nel Tirolo dell'arciduca Sigismondo d'Asburgo, le miniere di Schwaz stanno conoscendo in questi anni una prosperità senza pari: l'argento e il rame delle Alpi tirolesi affluiscono in tale quantità da fare del prodigo Sigismondo, soprannominato non a caso "il ricco di monete", uno dei principi più liquidi d'Europa, capace di finanziare guerre e dissipare patrimoni con la stessa facilità. È ricchezza che parla tedesco, ma che pesa sui mercati italiani, poiché di là dai valichi giunge il metallo con cui si battono le monete e si pagano i mercenari.

Poi c'è il sale, senza il quale non si conserva la carne o il pesce, e che ogni Stato tassa e sorveglia come cosa propria. Venezia ne ha fatto da secoli un pilastro delle sue finanze, e per il sale delle sue lagune, da Chioggia a Cervia, non tollera concorrenti. Proprio qui cova una delle tensioni più pericolose del momento: le saline di Comacchio, nel delta del Po, appartengono agli Este di Ferrara, ma la Serenissima rivendica il monopolio adriatico e mal sopporta che il Duca d’Este lasci spazio ai contrabbandieri nella vendita del sale in barba ai patti. Il controllo del delta del Po nel Polesine, delle sue saline e delle sue vie d'acqua è merce troppo ambita perché Leone di San Marco chiuda un occhio.

Ma il tesoro più vitale di tutti non luccica e non si cava: è il grano, e chi ne ha in abbondanza tiene per la gola chi ne è privo. Il granaio per eccellenza del Mediterraneo resta la Sicilia, che dai suoi caricatori imbarca frumento per mezza Europa; ma è terra della Corona d'Aragona, e un cattivo raccolto o un divieto d'esportazione da Palermo può affamare Genova o Firenze in una sola stagione. Nel Regno di Napoli il Tavoliere di Puglia distende attorno a Foggia le sue immense messi, e i porti di Manfredonia e Barletta ne imbarcano il frumento; alla ricchezza del grano si aggiunge quella della lana, poiché sul Tavoliere passa la transumanza delle greggi, tassata dalla Dogana della “Mena delle Pecore” istituita dagli Aragonesi, una delle rendite più golose del Mezzogiorno.

Non manca il pane al resto della penisola. La Campania felix, la pianura fertilissima tra Capua e Aversa, nutre da sempre Napoli con la sua abbondanza; la Pianura Padana è un unico, diffuso granaio, dal Milanese all'Emilia della grassa Bologna, dal Polesine estense alla terraferma veneta; e le Marche, lungo l'Adriatico, esportano frumento dai porti di Ancona e Fermo. Contro tanta ricchezza spicca un paradosso: la Toscana, cuore manifatturiero e bancario d'Italia, non basta a sfamarsi e deve importare il grano che le sue colline non producono a sufficienza.

Ogni signore sa che la ricchezza ha varie forme e la via per la felicità e la sazietà spesso è perigliosa.

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